venerdì 12 luglio 2013

CARCERI Ecco il reparto dove è morto Cucchi APERTURA - Angelo Mastrandrea ROMA

Giustizia: un reportage dal reparto di Medicina Protetta dell’ospedale “Pertini” di Roma


Dalla Rassegna stampa Una corsia con le sbarre. Qui è morto Stefano Cucchi. I medici: “Ma non è un lager. Ci hanno descritto come mostri, abbiamo perso la serenità”.
La stanza numero 16 è al primo piano, la prima a sinistra una volta superato il cancello di uno dei quattro bracci in cui è suddiviso il reparto di Medicina Protetta dell’ospedale Pertini di Roma. Il letto in cui fu ritrovato Stefano Cucchi, rannicchiato come se dormisse e invece morto, alle 5,30 del 22 ottobre 2009, è in fondo, vicino alla finestra.
Oggi è fuori uso, avvisa un cartello scritto a mano all’ingresso, per questo la stanza non è occupata da nessun malato. Per lo stesso motivo manca pure la televisione. Ci sono invece un tavolino, un porta flebo agganciato al muro, il bagno con la doccia.
Le mura sono imbiancate di fresco. Paragonato alle carceri italiane, vetuste e sovraffollate come gironi danteschi, questo reparto con stanze singole dall’arredamento spartano ma nuovo - appena 22 posti letto, ridotti a 15 per carenza di infermieri - e una piccola biblioteca comune, appare come un’oasi. Eppure, è tra queste mura che si è consumata, meno di quattro anni fa, una morte che, per la sua dinamica e grazie alle immagini - choc diffuse ai media dalla famiglia, è diventata immediatamente un caso e ha indignato l’opinione pubblica più di qualsiasi altra tra le centinaia che compongono la Spoon river carceraria italiana: quella di un giovane di appena 31 anni, fermato per possesso di modiche quantità di sostanze stupefacenti e rimbalzato per una settimana tra caserme, carceri e ospedali.
Una fine cui nemmeno la recentissima sentenza che ha scaricato le responsabilità sui medici che l’hanno avuto in cura negli ultimi giorni è riuscita a dare una risposta esauriente. Dal giorno della morte di Stefano Cucchi, qui dentro sono passati i politici della commissione parlamentare d’inchiesta che il 17 marzo del 2010 aveva sostanzialmente imputato ai medici che lo avevano avuto in cura di non aver compreso quanto le condizioni del giovane fossero gravi, mai un giornalista e tantomeno un fotografo.
All’indomani del giudizio di primo grado che, il 5 giugno scorso, ha condannato cinque medici del Pertini per omicidio colposo e un sesto per falso ideologico, assolvendo gli altri imputati - tre infermieri e tre guardie penitenziarie - uno dei dottori condannati, Stefania Corbi, aveva scritto una lettera - pubblicata dal manifesto - in cui, esprimendo solidarietà alla famiglia del ragazzo, sostanzialmente diceva: “Non siamo degli aguzzini, non abbiamo lasciato morire Cucchi, l’ospedale non è un lager, non vogliamo essere equiparati a chi è accusato di pestaggio”. E concludeva invitando a venire all’ospedale per “verificare personalmente chi siamo e come lavoriamo”.
L’ospedale - carcere
La dottoressa Corbi mi accoglie all’ingresso del reparto. È da poco terminata una cerimonia in ricordo di un agente, Salvatore Corrias, morto il 20 ottobre scorso in una maniera assurda: schiacciato dal pesante cancello d’ingresso che era andato ad aprire per consentire l’uscita di un’ambulanza. Una delle tante morti bianche che oliano le statistiche ma non fanno notizia, nella loro banalità e ripetitività.
Corrias aveva 46 anni, sarà ricordato da una lapide nel giardinetto davanti al reparto. Insieme a lei c’è il primario Patrizio Aloisio, uno dei fondatori di questa struttura che ha due soli simili in Italia: nell’ospedale San Paolo di Milano e nel Belcolle di Viterbo. L’unica, sostanziale differenza è che la Medicina Protetta del Pertini non è integrata nell’ospedale civile ma ne rappresenta un corpo separato, quasi estraneo.
È un ospedale - carcere, circondato da alte inferriate e cancelli blindati, inaccessibile, scollegato dagli altri padiglioni: il tunnel che avrebbe dovuto metterlo in comunicazione con l’ospedale civile non è mai stato completato. La conseguenza più immediata è l’impossibilità di ricoverare i malati più gravi - quelli infettivi in fase acuta o con complicazioni, a rischio di vita o psichiatrici. In caso di emergenza, infatti, è necessario chiedere l’intervento di una delle due ambulanze in dotazione non esclusiva - un servizio privato che costa 70 euro a trasporto.
I tempi di attesa, arrotondati dal primario in un “superiori ai dieci minuti”, in realtà sono mediamente di mezzora (“ma di recente per un trasporto urgente abbiamo aspettato tre quarti d’ora”). Se si aggiungono i tempi di trasporto verso il Fatebenefratelli, a 11 km di distanza, o al Policlinico, 5 km più in là, diventa evidente il perché un malato in condizioni gravissime qui non può essere ricoverato.
Fatta questa premessa, appare evidente che, se Stefano Cucchi fu portato qui, dopo una tappa al pronto soccorso del Fatebenefratelli, non fu considerato in pericolo di vita. “Se fosse stato un codice rosso non avremmo potuto accettarlo”, dice il dottor Fierro.
La dottoressa Corbi non era di turno al momento del ricovero, però ha avuto a che fare con Stefano nei giorni seguenti, ed è stata lei ad annunciare alla famiglia il decesso (“quando ho visto che stava per comunicarglielo un agente mi è sembrato doveroso che fosse un medico a farlo, di persona”): “Non era collaborativo, certo.
Mangiava poco ed era sicuramente molto magro. Mi aveva detto di essere celiaco e che non poteva mangiare patate e riso. Gli avevo portato la lista degli alimenti consentiti per mostrargli che invece poteva, e alla fine mi aveva detto: allora un po’ di riso in bianco lo mangio. La sera prima del decesso aveva incontrato anche una volontaria di un’associazione che lavora con i detenuti. No, non ci aspettavamo proprio che morisse”.
E la frattura della terza vertebra sacrale? I lividi sul volto e sul corpo? I periti del tribunale hanno stabilito che possono essere compatibili con una caduta dalle scale, come da versione di polizia, o con un pestaggio, cosa di cui sono certi familiari e amici. I medici che lo hanno avuto in cura non esprimono giudizi, ma lasciano intendere come non sia un caso raro che persone fermate “in flagranza di reato” arrivino malconce nel reparto di Medicina Protetta, magari perché neutralizzate in maniera “energica” o portate via con la forza dopo una colluttazione con gli agenti. Questo particolare potrebbe essere alla base del mancato stupore dei sanitari per come arrivò conciato Stefano Cucchi.
“Non sono Mengele”
Mi rendo conto che i medici e gli infermieri del reparto Medicina Protetta del Pertini si portano dentro un peso che è come un macigno. Non tanto per la condanna, quella negligenza e quegli errori che hanno fatto propendere i giudici di primo grado per l’omicidio colposo, quanto per l’onta del sospetto di esser stati conniventi con un meccanismo repressivo che ha annientato il povero Cucchi, per la semplificazione mediatica e un po’ populista che ha costruito attorno a loro la figura del “mostro”.
Non da ultimo, per la sensazione di esser diventati dei capri espiatori: unici colpevoli in un processo che non è riuscito a venire a capo di nulla. Com’è morto Stefano Cucchi? È stato picchiato dopo il fermo? E, se sì, da chi, dove e quando? Cos’è accaduto in quella settimana di passione in cui il giovane di Torpignattara ha girovagato per caserme, carceri, pronto soccorso e ospedali? Ci sono state reticenze e omissioni oltre che negligenze, qualcuno non ha fatto il suo dovere fino in fondo?
Ilaria Cucchi, sorella del giovane deceduto, ha detto a caldo dopo la sentenza, senza attendere le motivazioni: “È stato un processo a Stefano, alla sua magrezza e alle sue scelte”. Poi, rivolta ai dottori: “Ne risponderanno alla propria coscienza. L’Anaao Assomed, associazione di rappresentanza dei medici, non ha avuto dubbi nel prendere le difese dei condannati: “Sono un capro espiatorio, le loro condanne sono un alibi per lo Stato”.
A loro dire, la vicenda di Cucchi ha distrutto il reparto. Ne ha minato la serenità lavorativa, smembrato il gruppo di lavoro. “Da quando abbiamo aperto, nel 2005, qui sono state curate 2.700 persone e, né prima né dopo quel tragico episodio, ci sono state morti sospette o casi di malasanità “, racconta il primario. La gran parte dei ricoveri avviene per problemi cardiologici o ortopedici. Molti pazienti, pur se in giovane età, sono segnati dalla vita che conducono, e il loro stato generale di salute ovviamente ne risente.
Il dottor Aloisio mostra pochi dubbi: “Il 40 per cento delle persone che vengono ricoverate qui sono in attesa di giudizio, di regola si tratta di tossici, ladri di polli e immigrati clandestini. Basterebbe abolire tre leggi per deflazionare le carceri e pure questo reparto”. Tre leggi: la Bossi-Fini per quanto riguarda l’immigrazione clandestina, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex Cirielli sulla recidiva.
Al giornalista non è consentita la possibilità di parlare con nessun detenuto, né al fotografo di immortalarli, anche per ovvie ragioni di privacy. Affisse alle pareti ci sono alcune lettere: fogli di quaderno vergati a penna da pazienti che esprimono riconoscenza e gratitudine nei confronti di medici e infermieri. Altre sono conservate in un cassetto.
“Sono stato ricoverato nel luglio del 2009, quindi in tempi non sospetti, prima della morte del povero Cucchi. Entrando la prima cosa che mi ha colpito è stata la pulizia e l’igiene sia della sezione sia della stanza - cella dove venni ubicato, pensavo che mi avrebbero visitato l’indomani ma dopo poco si presentarono medici e paramedici, con cortesia si sono qualificati lasciandomi di stucco per la gentilezza con cui mi trattavano”, scrive un ergastolano.
Tutto il personale civile ci tiene a ribadire la loro distinzione dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: “Noi siamo medici, non chiediamo a nessuno di quelli che vengono ricoverati il fascicolo penitenziario, per noi sono persone da curare e basta. In passato abbiamo avuto delle liti terrificanti con la polizia penitenziaria, proprio perché consideravano il paziente come un detenuto”.
Rifiutano in toto il “teorema” secondo il quale loro avrebbero potuto essere l’ultimo anello di una catena repressiva che ha portato alla morte di Cucchi. Il problema è a monte e non dipende da loro. La struttura è stata costruita con una filosofia “punitiva”: ci sono le sbarre e i bracci come in un qualsiasi carcere, dunque regnano le logiche focaultiane del “sorvegliare e punire”.
“È assurdo che i malati vengano ricoverati in isolamento “, dicono i medici, che sostengono di aver perso “la battaglia per avere le porte sempre aperte e consentire ai malati detenuti di potere uscire almeno nel corridoio”. Per questo spesso i detenuti firmano per farsi dimettere dall’ospedale e tornare in carcere. Preferiscono la calca da suk nelle ore di punta alla solitudine alienante di una asettica cameretta blindata.
“Perché avremmo dovuto accanirci proprio con il povero Stefano Cucchi? Per ogni medico la morte di un malato è una sconfitta”, dice Aloisio, che in realtà a quel tempo non era lì e con il caso Cucchi non ha nulla a che vedere. Il primario era il dottor Aldo Fierro. Anche lui è fra i condannati e, come gli altri, non entra nel merito della sentenza e neppure la contesta: per quello ci saranno gli altri gradi di giudizio.
Chiede solo che gli venga restituito l’onore perduto: “Quello che ci offende è il fattore umano: non vogliamo essere considerati dei delinquenti che si sono accordati per uccidere qualcuno. Nessuno di noi è Mengele”, dice infervorandosi.
Poi prosegue: “Questa struttura è stata totalmente destabilizzata, ma ciò pare non interessi a nessuno. Solo il carcere di Rebibbia è il più grande d’Europa. Se dovesse essere chiusa, i detenuti romani dove andrebbero a finire?” Un’ulteriore domanda meriterebbe una risposta: si riuscirebbero a evitare altre morti come quella di Stefano Cucchi?
Aperto nel 2005, può ospitare 22 malati
Realizzata su un progetto di fattibilità che risale al 1996, grazie ai finanziamenti della Regione Lazio, la struttura di Medicina protetta è in funzione dal 26 luglio 2005 e oggi può ospitare fino a 22 malati. Dipende direttamente dall’Asl RM B.
Ogni detenuto occupa una camera singola, protetta, con servizi igienici annessi. Per gli interventi chirurgici, inoltre, è presente una camera operatoria al piano terra mentre nel reparto è compresa tutta la diagnostica pre-operatoria, la preparazione all’intervento e il successivo decorso post operatorio. Il reparto protetto del Pertini oggi è una Unità operativa all’avanguardia nella gestione del paziente proveniente da realtà carcerarie ed è stato concepito per accogliere, in qualsiasi istante, pazienti di diverso sesso, di qualsiasi regime restrittivo (compreso il 41 bis e i collaboratori) e di tutte le patologie stabilite dal Protocollo d’intesa siglato dalle due Amministrazioni. Vi vengono ricoverati detenuti provenienti dagli istituti penitenziari di tutta la Regione.
26 suicidi tra le sbarre dall’inizio dell’anno
Dall’inizio dell’anno sono 83 le persone morte in carcere: 26 per suicidio, 13 per cause “da accertare”, casi nei quali è stata aperta un’inchiesta, e altre 44 per malattia. Sono i dati registrati dall’Osservatorio permanente sulle morti in carcere di Ristretti Orizzonti.
Gli ultimi due suicidi a Napoli: A.E., 29 anni, si è impiccato utilizzando un cappio ricavato dai propri pantaloni. Era detenuto nel Reparto di osservazione psichiatrica del Complesso penitenziario di Napoli Secondigliano.
Nel padiglione Livorno del carcere di Poggioreale si è invece ucciso, impiccandosi con una striscia di lenzuolo, un 38enne di origini casertane. Francesco Smeragliuolo, invece, arrestato il primo maggio per rapina, è morto sabato 8 giugno nel carcere di Monza per arresto cardiocircolatorio. Aveva 22 anni.
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 Giustizia: un reportage dal reparto di Medicina Protetta dell’ospedale “Pertini” di Roma

Articolo di Il Manifesto pubblicato su Angelo Mastrandrea, il 12/07/13

Una corsia con le sbarre. Qui è morto Stefano Cucchi. I medici: “Ma non è un lager. Ci hanno descritto come mostri, abbiamo perso la serenità”.
La stanza numero 16 è al primo piano, la prima a sinistra una volta superato il cancello di uno dei quattro bracci in cui è suddiviso il reparto di Medicina Protetta dell’ospedale Pertini di Roma. Il letto in cui fu ritrovato Stefano Cucchi, rannicchiato come se dormisse e invece morto, alle 5,30 del 22 ottobre 2009, è in fondo, vicino alla finestra.
Oggi è fuori uso, avvisa un cartello scritto a mano all’ingresso, per questo la stanza non è occupata da nessun malato. Per lo stesso motivo manca pure la televisione. Ci sono invece un tavolino, un porta flebo agganciato al muro, il bagno con la doccia.
Le mura sono imbiancate di fresco. Paragonato alle carceri italiane, vetuste e sovraffollate come gironi danteschi, questo reparto con stanze singole dall’arredamento spartano ma nuovo - appena 22 posti letto, ridotti a 15 per carenza di infermieri - e una piccola biblioteca comune, appare come un’oasi. Eppure, è tra queste mura che si è consumata, meno di quattro anni fa, una morte che, per la sua dinamica e grazie alle immagini - choc diffuse ai media dalla famiglia, è diventata immediatamente un caso e ha indignato l’opinione pubblica più di qualsiasi altra tra le centinaia che compongono la Spoon river carceraria italiana: quella di un giovane di appena 31 anni, fermato per possesso di modiche quantità di sostanze stupefacenti e rimbalzato per una settimana tra caserme, carceri e ospedali.
Una fine cui nemmeno la recentissima sentenza che ha scaricato le responsabilità sui medici che l’hanno avuto in cura negli ultimi giorni è riuscita a dare una risposta esauriente. Dal giorno della morte di Stefano Cucchi, qui dentro sono passati i politici della commissione parlamentare d’inchiesta che il 17 marzo del 2010 aveva sostanzialmente imputato ai medici che lo avevano avuto in cura di non aver compreso quanto le condizioni del giovane fossero gravi, mai un giornalista e tantomeno un fotografo.
All’indomani del giudizio di primo grado che, il 5 giugno scorso, ha condannato cinque medici del Pertini per omicidio colposo e un sesto per falso ideologico, assolvendo gli altri imputati - tre infermieri e tre guardie penitenziarie - uno dei dottori condannati, Stefania Corbi, aveva scritto una lettera - pubblicata dal manifesto - in cui, esprimendo solidarietà alla famiglia del ragazzo, sostanzialmente diceva: “Non siamo degli aguzzini, non abbiamo lasciato morire Cucchi, l’ospedale non è un lager, non vogliamo essere equiparati a chi è accusato di pestaggio”. E concludeva invitando a venire all’ospedale per “verificare personalmente chi siamo e come lavoriamo”[Enfasi nostri].

L’ospedale - carcere

La dottoressa Corbi mi accoglie all’ingresso del reparto. È da poco terminata una cerimonia in ricordo di un agente, Salvatore Corrias, morto il 20 ottobre scorso in una maniera assurda: schiacciato dal pesante cancello d’ingresso che era andato ad aprire per consentire l’uscita di un’ambulanza. Una delle tante morti bianche che oliano le statistiche ma non fanno notizia, nella loro banalità e ripetitività.
Corrias aveva 46 anni, sarà ricordato da una lapide nel giardinetto davanti al reparto. Insieme a lei c’è il primario Patrizio Aloisio, uno dei fondatori di questa struttura che ha due soli simili in Italia: nell’ospedale San Paolo di Milano e nel Belcolle di Viterbo. L’unica, sostanziale differenza è che la Medicina Protetta del Pertini non è integrata nell’ospedale civile ma ne rappresenta un corpo separato, quasi estraneo.
È un ospedale - carcere, circondato da alte inferriate e cancelli blindati, inaccessibile, scollegato dagli altri padiglioni: il tunnel che avrebbe dovuto metterlo in comunicazione con l’ospedale civile non è mai stato completato. La conseguenza più immediata è l’impossibilità di ricoverare i malati più gravi - quelli infettivi in fase acuta o con complicazioni, a rischio di vita o psichiatrici. In caso di emergenza, infatti, è necessario chiedere l’intervento di una delle due ambulanze in dotazione non esclusiva - un servizio privato che costa 70 euro a trasporto.
I tempi di attesa, arrotondati dal primario in un “superiori ai dieci minuti”, in realtà sono mediamente di mezzora (“ma di recente per un trasporto urgente abbiamo aspettato tre quarti d’ora”). Se si aggiungono i tempi di trasporto verso il Fatebenefratelli, a 11 km di distanza, o al Policlinico, 5 km più in là, diventa evidente il perché un malato in condizioni gravissime qui non può essere ricoverato.
Fatta questa premessa, appare evidente che, se Stefano Cucchi fu portato qui, dopo una tappa al pronto soccorso del Fatebenefratelli, non fu considerato in pericolo di vita. “Se fosse stato un codice rosso non avremmo potuto accettarlo”, dice il dottor Fierro.
La dottoressa Corbi non era di turno al momento del ricovero, però ha avuto a che fare con Stefano nei giorni seguenti, ed è stata lei ad annunciare alla famiglia il decesso (“quando ho visto che stava per comunicarglielo un agente mi è sembrato doveroso che fosse un medico a farlo, di persona”): “Non era collaborativo, certo.
Mangiava poco ed era sicuramente molto magro. Mi aveva detto di essere celiaco e che non poteva mangiare patate e riso. Gli avevo portato la lista degli alimenti consentiti per mostrargli che invece poteva, e alla fine mi aveva detto: allora un po’ di riso in bianco lo mangio. La sera prima del decesso aveva incontrato anche una volontaria di un’associazione che lavora con i detenuti. No, non ci aspettavamo proprio che morisse”.
E la frattura della terza vertebra sacrale? I lividi sul volto e sul corpo? I periti del tribunale hanno stabilito che possono essere compatibili con una caduta dalle scale, come da versione di polizia, o con un pestaggio, cosa di cui sono certi familiari e amici. I medici che lo hanno avuto in cura non esprimono giudizi, ma lasciano intendere come non sia un caso raro che persone fermate “in flagranza di reato” arrivino malconce nel reparto di Medicina Protetta, magari perché neutralizzate in maniera “energica” o portate via con la forza dopo una colluttazione con gli agenti. Questo particolare potrebbe essere alla base del mancato stupore dei sanitari per come arrivò conciato Stefano Cucchi.

“Non sono Mengele”

Mi rendo conto che i medici e gli infermieri del reparto Medicina Protetta del Pertini si portano dentro un peso che è come un macigno. Non tanto per la condanna, quella negligenza e quegli errori che hanno fatto propendere i giudici di primo grado per l’omicidio colposo, quanto per l’onta del sospetto di esser stati conniventi con un meccanismo repressivo che ha annientato il povero Cucchi, per la semplificazione mediatica e un po’ populista che ha costruito attorno a loro la figura del “mostro”.
Non da ultimo, per la sensazione di esser diventati dei capri espiatori: unici colpevoli in un processo che non è riuscito a venire a capo di nulla. Com’è morto Stefano Cucchi? È stato picchiato dopo il fermo? E, se sì, da chi, dove e quando? Cos’è accaduto in quella settimana di passione in cui il giovane di Torpignattara ha girovagato per caserme, carceri, pronto soccorso e ospedali? Ci sono state reticenze e omissioni oltre che negligenze, qualcuno non ha fatto il suo dovere fino in fondo?
Ilaria Cucchi, sorella del giovane deceduto, ha detto a caldo dopo la sentenza, senza attendere le motivazioni: “È stato un processo a Stefano, alla sua magrezza e alle sue scelte”. Poi, rivolta ai dottori: “Ne risponderanno alla propria coscienza. L’Anaao Assomed, associazione di rappresentanza dei medici, non ha avuto dubbi nel prendere le difese dei condannati: “Sono un capro espiatorio, le loro condanne sono un alibi per lo Stato”.
A loro dire, la vicenda di Cucchi ha distrutto il reparto. Ne ha minato la serenità lavorativa, smembrato il gruppo di lavoro. “Da quando abbiamo aperto, nel 2005, qui sono state curate 2.700 persone e, né prima né dopo quel tragico episodio, ci sono state morti sospette o casi di malasanità “ [Enfasi nostri] , racconta il primario. La gran parte dei ricoveri avviene per problemi cardiologici o ortopedici. Molti pazienti, pur se in giovane età, sono segnati dalla vita che conducono, e il loro stato generale di salute ovviamente ne risente.
Il dottor Aloisio mostra pochi dubbi: “Il 40 per cento delle persone che vengono ricoverate qui sono in attesa di giudizio, di regola si tratta di tossici, ladri di polli e immigrati clandestini. Basterebbe abolire tre leggi per deflazionare le carceri e pure questo reparto”. Tre leggi: la Bossi-Fini per quanto riguarda l’immigrazione clandestina, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex Cirielli sulla recidiva.
Al giornalista non è consentita la possibilità di parlare con nessun detenuto, né al fotografo di immortalarli, anche per ovvie ragioni di privacy. Affisse alle pareti ci sono alcune lettere: fogli di quaderno vergati a penna da pazienti che esprimono riconoscenza e gratitudine nei confronti di medici e infermieri. Altre sono conservate in un cassetto.
“Sono stato ricoverato nel luglio del 2009, quindi in tempi non sospetti, prima della morte del povero Cucchi. Entrando la prima cosa che mi ha colpito è stata la pulizia e l’igiene sia della sezione sia della stanza - cella dove venni ubicato, pensavo che mi avrebbero visitato l’indomani ma dopo poco si presentarono medici e paramedici, con cortesia si sono qualificati lasciandomi di stucco per la gentilezza con cui mi trattavano”, scrive un ergastolano.
Tutto il personale civile ci tiene a ribadire la loro distinzione dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: “Noi siamo medici, non chiediamo a nessuno di quelli che vengono ricoverati il fascicolo penitenziario, per noi sono persone da curare e basta. In passato abbiamo avuto delle liti terrificanti con la polizia penitenziaria, proprio perché consideravano il paziente come un detenuto”[Enfasi nostri].
Rifiutano in toto il “teorema” secondo il quale loro avrebbero potuto essere l’ultimo anello di una catena repressiva che ha portato alla morte di Cucchi. Il problema è a monte e non dipende da loro. La struttura è stata costruita con una filosofia “punitiva”: ci sono le sbarre e i bracci come in un qualsiasi carcere, dunque regnano le logiche focaultiane del “sorvegliare e punire”.
“È assurdo che i malati vengano ricoverati in isolamento “, dicono i medici, che sostengono di aver perso “la battaglia per avere le porte sempre aperte e consentire ai malati detenuti di potere uscire almeno nel corridoio”. Per questo spesso i detenuti firmano per farsi dimettere dall’ospedale e tornare in carcere. Preferiscono la calca da suk nelle ore di punta alla solitudine alienante di una asettica cameretta blindata.
“Perché avremmo dovuto accanirci proprio con il povero Stefano Cucchi? Per ogni medico la morte di un malato è una sconfitta”, dice Aloisio, che in realtà a quel tempo non era lì e con il caso Cucchi non ha nulla a che vedere. Il primario era il dottor Aldo Fierro. Anche lui è fra i condannati e, come gli altri, non entra nel merito della sentenza e neppure la contesta: per quello ci saranno gli altri gradi di giudizio.
Chiede solo che gli venga restituito l’onore perduto: “Quello che ci offende è il fattore umano: non vogliamo essere considerati dei delinquenti che si sono accordati per uccidere qualcuno. Nessuno di noi è Mengele”, dice infervorandosi.
Poi prosegue: “Questa struttura è stata totalmente destabilizzata, ma ciò pare non interessi a nessuno. Solo il carcere di Rebibbia è il più grande d’Europa. Se dovesse essere chiusa, i detenuti romani dove andrebbero a finire?” Un’ulteriore domanda meriterebbe una risposta: si riuscirebbero a evitare altre morti come quella di Stefano Cucchi?

Aperto nel 2005, può ospitare 22 malati

Realizzata su un progetto di fattibilità che risale al 1996, grazie ai finanziamenti della Regione Lazio, la struttura di Medicina protetta è in funzione dal 26 luglio 2005 e oggi può ospitare fino a 22 malati. Dipende direttamente dall’Asl RM B.
Ogni detenuto occupa una camera singola, protetta, con servizi igienici annessi. Per gli interventi chirurgici, inoltre, è presente una camera operatoria al piano terra mentre nel reparto è compresa tutta la diagnostica pre-operatoria, la preparazione all’intervento e il successivo decorso post operatorio. Il reparto protetto del Pertini oggi è una Unità operativa all’avanguardia nella gestione del paziente proveniente da realtà carcerarie ed è stato concepito per accogliere, in qualsiasi istante, pazienti di diverso sesso, di qualsiasi regime restrittivo (compreso il 41 bis e i collaboratori) e di tutte le patologie stabilite dal Protocollo d’intesa siglato dalle due Amministrazioni. Vi vengono ricoverati detenuti provenienti dagli istituti penitenziari di tutta la Regione.

26 suicidi tra le sbarre dall’inizio dell’anno

Dall’inizio dell’anno sono 83 le persone morte in carcere: 26 per suicidio, 13 per cause “da accertare”, casi nei quali è stata aperta un’inchiesta, e altre 44 per malattia. Sono i dati registrati dall’Osservatorio permanente sulle morti in carcere di Ristretti Orizzonti.
Gli ultimi due suicidi a Napoli: A.E., 29 anni, si è impiccato utilizzando un cappio ricavato dai propri pantaloni. Era detenuto nel Reparto di osservazione psichiatrica del Complesso penitenziario di Napoli Secondigliano.
Nel padiglione Livorno del carcere di Poggioreale si è invece ucciso, impiccandosi con una striscia di lenzuolo, un 38enne di origini casertane. Francesco Smeragliuolo, invece, arrestato il primo maggio per rapina, è morto sabato 8 giugno nel carcere di Monza per arresto cardiocircolatorio. Aveva 22 anni.

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Giustizia: un reportage dal reparto di Medicina Protetta dell’ospedale “Pertini” di Roma


Dalla Rassegna stampa Una corsia con le sbarre. Qui è morto Stefano Cucchi. I medici: “Ma non è un lager. Ci hanno descritto come mostri, abbiamo perso la serenità”.
La stanza numero 16 è al primo piano, la prima a sinistra una volta superato il cancello di uno dei quattro bracci in cui è suddiviso il reparto di Medicina Protetta dell’ospedale Pertini di Roma. Il letto in cui fu ritrovato Stefano Cucchi, rannicchiato come se dormisse e invece morto, alle 5,30 del 22 ottobre 2009, è in fondo, vicino alla finestra.
Oggi è fuori uso, avvisa un cartello scritto a mano all’ingresso, per questo la stanza non è occupata da nessun malato. Per lo stesso motivo manca pure la televisione. Ci sono invece un tavolino, un porta flebo agganciato al muro, il bagno con la doccia.
Le mura sono imbiancate di fresco. Paragonato alle carceri italiane, vetuste e sovraffollate come gironi danteschi, questo reparto con stanze singole dall’arredamento spartano ma nuovo - appena 22 posti letto, ridotti a 15 per carenza di infermieri - e una piccola biblioteca comune, appare come un’oasi. Eppure, è tra queste mura che si è consumata, meno di quattro anni fa, una morte che, per la sua dinamica e grazie alle immagini - choc diffuse ai media dalla famiglia, è diventata immediatamente un caso e ha indignato l’opinione pubblica più di qualsiasi altra tra le centinaia che compongono la Spoon river carceraria italiana: quella di un giovane di appena 31 anni, fermato per possesso di modiche quantità di sostanze stupefacenti e rimbalzato per una settimana tra caserme, carceri e ospedali.
Una fine cui nemmeno la recentissima sentenza che ha scaricato le responsabilità sui medici che l’hanno avuto in cura negli ultimi giorni è riuscita a dare una risposta esauriente. Dal giorno della morte di Stefano Cucchi, qui dentro sono passati i politici della commissione parlamentare d’inchiesta che il 17 marzo del 2010 aveva sostanzialmente imputato ai medici che lo avevano avuto in cura di non aver compreso quanto le condizioni del giovane fossero gravi, mai un giornalista e tantomeno un fotografo.
All’indomani del giudizio di primo grado che, il 5 giugno scorso, ha condannato cinque medici del Pertini per omicidio colposo e un sesto per falso ideologico, assolvendo gli altri imputati - tre infermieri e tre guardie penitenziarie - uno dei dottori condannati, Stefania Corbi, aveva scritto una lettera - pubblicata dal manifesto - in cui, esprimendo solidarietà alla famiglia del ragazzo, sostanzialmente diceva: “Non siamo degli aguzzini, non abbiamo lasciato morire Cucchi, l’ospedale non è un lager, non vogliamo essere equiparati a chi è accusato di pestaggio”. E concludeva invitando a venire all’ospedale per “verificare personalmente chi siamo e come lavoriamo”.
L’ospedale - carcere
La dottoressa Corbi mi accoglie all’ingresso del reparto. È da poco terminata una cerimonia in ricordo di un agente, Salvatore Corrias, morto il 20 ottobre scorso in una maniera assurda: schiacciato dal pesante cancello d’ingresso che era andato ad aprire per consentire l’uscita di un’ambulanza. Una delle tante morti bianche che oliano le statistiche ma non fanno notizia, nella loro banalità e ripetitività.
Corrias aveva 46 anni, sarà ricordato da una lapide nel giardinetto davanti al reparto. Insieme a lei c’è il primario Patrizio Aloisio, uno dei fondatori di questa struttura che ha due soli simili in Italia: nell’ospedale San Paolo di Milano e nel Belcolle di Viterbo. L’unica, sostanziale differenza è che la Medicina Protetta del Pertini non è integrata nell’ospedale civile ma ne rappresenta un corpo separato, quasi estraneo.
È un ospedale - carcere, circondato da alte inferriate e cancelli blindati, inaccessibile, scollegato dagli altri padiglioni: il tunnel che avrebbe dovuto metterlo in comunicazione con l’ospedale civile non è mai stato completato. La conseguenza più immediata è l’impossibilità di ricoverare i malati più gravi - quelli infettivi in fase acuta o con complicazioni, a rischio di vita o psichiatrici. In caso di emergenza, infatti, è necessario chiedere l’intervento di una delle due ambulanze in dotazione non esclusiva - un servizio privato che costa 70 euro a trasporto.
I tempi di attesa, arrotondati dal primario in un “superiori ai dieci minuti”, in realtà sono mediamente di mezzora (“ma di recente per un trasporto urgente abbiamo aspettato tre quarti d’ora”). Se si aggiungono i tempi di trasporto verso il Fatebenefratelli, a 11 km di distanza, o al Policlinico, 5 km più in là, diventa evidente il perché un malato in condizioni gravissime qui non può essere ricoverato.
Fatta questa premessa, appare evidente che, se Stefano Cucchi fu portato qui, dopo una tappa al pronto soccorso del Fatebenefratelli, non fu considerato in pericolo di vita. “Se fosse stato un codice rosso non avremmo potuto accettarlo”, dice il dottor Fierro.
La dottoressa Corbi non era di turno al momento del ricovero, però ha avuto a che fare con Stefano nei giorni seguenti, ed è stata lei ad annunciare alla famiglia il decesso (“quando ho visto che stava per comunicarglielo un agente mi è sembrato doveroso che fosse un medico a farlo, di persona”): “Non era collaborativo, certo.
Mangiava poco ed era sicuramente molto magro. Mi aveva detto di essere celiaco e che non poteva mangiare patate e riso. Gli avevo portato la lista degli alimenti consentiti per mostrargli che invece poteva, e alla fine mi aveva detto: allora un po’ di riso in bianco lo mangio. La sera prima del decesso aveva incontrato anche una volontaria di un’associazione che lavora con i detenuti. No, non ci aspettavamo proprio che morisse”.
E la frattura della terza vertebra sacrale? I lividi sul volto e sul corpo? I periti del tribunale hanno stabilito che possono essere compatibili con una caduta dalle scale, come da versione di polizia, o con un pestaggio, cosa di cui sono certi familiari e amici. I medici che lo hanno avuto in cura non esprimono giudizi, ma lasciano intendere come non sia un caso raro che persone fermate “in flagranza di reato” arrivino malconce nel reparto di Medicina Protetta, magari perché neutralizzate in maniera “energica” o portate via con la forza dopo una colluttazione con gli agenti. Questo particolare potrebbe essere alla base del mancato stupore dei sanitari per come arrivò conciato Stefano Cucchi.
“Non sono Mengele”
Mi rendo conto che i medici e gli infermieri del reparto Medicina Protetta del Pertini si portano dentro un peso che è come un macigno. Non tanto per la condanna, quella negligenza e quegli errori che hanno fatto propendere i giudici di primo grado per l’omicidio colposo, quanto per l’onta del sospetto di esser stati conniventi con un meccanismo repressivo che ha annientato il povero Cucchi, per la semplificazione mediatica e un po’ populista che ha costruito attorno a loro la figura del “mostro”.
Non da ultimo, per la sensazione di esser diventati dei capri espiatori: unici colpevoli in un processo che non è riuscito a venire a capo di nulla. Com’è morto Stefano Cucchi? È stato picchiato dopo il fermo? E, se sì, da chi, dove e quando? Cos’è accaduto in quella settimana di passione in cui il giovane di Torpignattara ha girovagato per caserme, carceri, pronto soccorso e ospedali? Ci sono state reticenze e omissioni oltre che negligenze, qualcuno non ha fatto il suo dovere fino in fondo?
Ilaria Cucchi, sorella del giovane deceduto, ha detto a caldo dopo la sentenza, senza attendere le motivazioni: “È stato un processo a Stefano, alla sua magrezza e alle sue scelte”. Poi, rivolta ai dottori: “Ne risponderanno alla propria coscienza. L’Anaao Assomed, associazione di rappresentanza dei medici, non ha avuto dubbi nel prendere le difese dei condannati: “Sono un capro espiatorio, le loro condanne sono un alibi per lo Stato”.
A loro dire, la vicenda di Cucchi ha distrutto il reparto. Ne ha minato la serenità lavorativa, smembrato il gruppo di lavoro. “Da quando abbiamo aperto, nel 2005, qui sono state curate 2.700 persone e, né prima né dopo quel tragico episodio, ci sono state morti sospette o casi di malasanità “, racconta il primario. La gran parte dei ricoveri avviene per problemi cardiologici o ortopedici. Molti pazienti, pur se in giovane età, sono segnati dalla vita che conducono, e il loro stato generale di salute ovviamente ne risente.
Il dottor Aloisio mostra pochi dubbi: “Il 40 per cento delle persone che vengono ricoverate qui sono in attesa di giudizio, di regola si tratta di tossici, ladri di polli e immigrati clandestini. Basterebbe abolire tre leggi per deflazionare le carceri e pure questo reparto”. Tre leggi: la Bossi-Fini per quanto riguarda l’immigrazione clandestina, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex Cirielli sulla recidiva.
Al giornalista non è consentita la possibilità di parlare con nessun detenuto, né al fotografo di immortalarli, anche per ovvie ragioni di privacy. Affisse alle pareti ci sono alcune lettere: fogli di quaderno vergati a penna da pazienti che esprimono riconoscenza e gratitudine nei confronti di medici e infermieri. Altre sono conservate in un cassetto.
“Sono stato ricoverato nel luglio del 2009, quindi in tempi non sospetti, prima della morte del povero Cucchi. Entrando la prima cosa che mi ha colpito è stata la pulizia e l’igiene sia della sezione sia della stanza - cella dove venni ubicato, pensavo che mi avrebbero visitato l’indomani ma dopo poco si presentarono medici e paramedici, con cortesia si sono qualificati lasciandomi di stucco per la gentilezza con cui mi trattavano”, scrive un ergastolano.
Tutto il personale civile ci tiene a ribadire la loro distinzione dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: “Noi siamo medici, non chiediamo a nessuno di quelli che vengono ricoverati il fascicolo penitenziario, per noi sono persone da curare e basta. In passato abbiamo avuto delle liti terrificanti con la polizia penitenziaria, proprio perché consideravano il paziente come un detenuto”.
Rifiutano in toto il “teorema” secondo il quale loro avrebbero potuto essere l’ultimo anello di una catena repressiva che ha portato alla morte di Cucchi. Il problema è a monte e non dipende da loro. La struttura è stata costruita con una filosofia “punitiva”: ci sono le sbarre e i bracci come in un qualsiasi carcere, dunque regnano le logiche focaultiane del “sorvegliare e punire”.
“È assurdo che i malati vengano ricoverati in isolamento “, dicono i medici, che sostengono di aver perso “la battaglia per avere le porte sempre aperte e consentire ai malati detenuti di potere uscire almeno nel corridoio”. Per questo spesso i detenuti firmano per farsi dimettere dall’ospedale e tornare in carcere. Preferiscono la calca da suk nelle ore di punta alla solitudine alienante di una asettica cameretta blindata.
“Perché avremmo dovuto accanirci proprio con il povero Stefano Cucchi? Per ogni medico la morte di un malato è una sconfitta”, dice Aloisio, che in realtà a quel tempo non era lì e con il caso Cucchi non ha nulla a che vedere. Il primario era il dottor Aldo Fierro. Anche lui è fra i condannati e, come gli altri, non entra nel merito della sentenza e neppure la contesta: per quello ci saranno gli altri gradi di giudizio.
Chiede solo che gli venga restituito l’onore perduto: “Quello che ci offende è il fattore umano: non vogliamo essere considerati dei delinquenti che si sono accordati per uccidere qualcuno. Nessuno di noi è Mengele”, dice infervorandosi.
Poi prosegue: “Questa struttura è stata totalmente destabilizzata, ma ciò pare non interessi a nessuno. Solo il carcere di Rebibbia è il più grande d’Europa. Se dovesse essere chiusa, i detenuti romani dove andrebbero a finire?” Un’ulteriore domanda meriterebbe una risposta: si riuscirebbero a evitare altre morti come quella di Stefano Cucchi?
Aperto nel 2005, può ospitare 22 malati
Realizzata su un progetto di fattibilità che risale al 1996, grazie ai finanziamenti della Regione Lazio, la struttura di Medicina protetta è in funzione dal 26 luglio 2005 e oggi può ospitare fino a 22 malati. Dipende direttamente dall’Asl RM B.
Ogni detenuto occupa una camera singola, protetta, con servizi igienici annessi. Per gli interventi chirurgici, inoltre, è presente una camera operatoria al piano terra mentre nel reparto è compresa tutta la diagnostica pre-operatoria, la preparazione all’intervento e il successivo decorso post operatorio. Il reparto protetto del Pertini oggi è una Unità operativa all’avanguardia nella gestione del paziente proveniente da realtà carcerarie ed è stato concepito per accogliere, in qualsiasi istante, pazienti di diverso sesso, di qualsiasi regime restrittivo (compreso il 41 bis e i collaboratori) e di tutte le patologie stabilite dal Protocollo d’intesa siglato dalle due Amministrazioni. Vi vengono ricoverati detenuti provenienti dagli istituti penitenziari di tutta la Regione.
26 suicidi tra le sbarre dall’inizio dell’anno
Dall’inizio dell’anno sono 83 le persone morte in carcere: 26 per suicidio, 13 per cause “da accertare”, casi nei quali è stata aperta un’inchiesta, e altre 44 per malattia. Sono i dati registrati dall’Osservatorio permanente sulle morti in carcere di Ristretti Orizzonti.
Gli ultimi due suicidi a Napoli: A.E., 29 anni, si è impiccato utilizzando un cappio ricavato dai propri pantaloni. Era detenuto nel Reparto di osservazione psichiatrica del Complesso penitenziario di Napoli Secondigliano.
Nel padiglione Livorno del carcere di Poggioreale si è invece ucciso, impiccandosi con una striscia di lenzuolo, un 38enne di origini casertane. Francesco Smeragliuolo, invece, arrestato il primo maggio per rapina, è morto sabato 8 giugno nel carcere di Monza per arresto cardiocircolatorio. Aveva 22 anni.
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Giustizia: un reportage dal reparto di Medicina Protetta dell’ospedale “Pertini” di Roma


Dalla Rassegna stampa Una corsia con le sbarre. Qui è morto Stefano Cucchi. I medici: “Ma non è un lager. Ci hanno descritto come mostri, abbiamo perso la serenità”.
La stanza numero 16 è al primo piano, la prima a sinistra una volta superato il cancello di uno dei quattro bracci in cui è suddiviso il reparto di Medicina Protetta dell’ospedale Pertini di Roma. Il letto in cui fu ritrovato Stefano Cucchi, rannicchiato come se dormisse e invece morto, alle 5,30 del 22 ottobre 2009, è in fondo, vicino alla finestra.
Oggi è fuori uso, avvisa un cartello scritto a mano all’ingresso, per questo la stanza non è occupata da nessun malato. Per lo stesso motivo manca pure la televisione. Ci sono invece un tavolino, un porta flebo agganciato al muro, il bagno con la doccia.
Le mura sono imbiancate di fresco. Paragonato alle carceri italiane, vetuste e sovraffollate come gironi danteschi, questo reparto con stanze singole dall’arredamento spartano ma nuovo - appena 22 posti letto, ridotti a 15 per carenza di infermieri - e una piccola biblioteca comune, appare come un’oasi. Eppure, è tra queste mura che si è consumata, meno di quattro anni fa, una morte che, per la sua dinamica e grazie alle immagini - choc diffuse ai media dalla famiglia, è diventata immediatamente un caso e ha indignato l’opinione pubblica più di qualsiasi altra tra le centinaia che compongono la Spoon river carceraria italiana: quella di un giovane di appena 31 anni, fermato per possesso di modiche quantità di sostanze stupefacenti e rimbalzato per una settimana tra caserme, carceri e ospedali.
Una fine cui nemmeno la recentissima sentenza che ha scaricato le responsabilità sui medici che l’hanno avuto in cura negli ultimi giorni è riuscita a dare una risposta esauriente. Dal giorno della morte di Stefano Cucchi, qui dentro sono passati i politici della commissione parlamentare d’inchiesta che il 17 marzo del 2010 aveva sostanzialmente imputato ai medici che lo avevano avuto in cura di non aver compreso quanto le condizioni del giovane fossero gravi, mai un giornalista e tantomeno un fotografo.
All’indomani del giudizio di primo grado che, il 5 giugno scorso, ha condannato cinque medici del Pertini per omicidio colposo e un sesto per falso ideologico, assolvendo gli altri imputati - tre infermieri e tre guardie penitenziarie - uno dei dottori condannati, Stefania Corbi, aveva scritto una lettera - pubblicata dal manifesto - in cui, esprimendo solidarietà alla famiglia del ragazzo, sostanzialmente diceva: “Non siamo degli aguzzini, non abbiamo lasciato morire Cucchi, l’ospedale non è un lager, non vogliamo essere equiparati a chi è accusato di pestaggio”. E concludeva invitando a venire all’ospedale per “verificare personalmente chi siamo e come lavoriamo”.
L’ospedale - carcere
La dottoressa Corbi mi accoglie all’ingresso del reparto. È da poco terminata una cerimonia in ricordo di un agente, Salvatore Corrias, morto il 20 ottobre scorso in una maniera assurda: schiacciato dal pesante cancello d’ingresso che era andato ad aprire per consentire l’uscita di un’ambulanza. Una delle tante morti bianche che oliano le statistiche ma non fanno notizia, nella loro banalità e ripetitività.
Corrias aveva 46 anni, sarà ricordato da una lapide nel giardinetto davanti al reparto. Insieme a lei c’è il primario Patrizio Aloisio, uno dei fondatori di questa struttura che ha due soli simili in Italia: nell’ospedale San Paolo di Milano e nel Belcolle di Viterbo. L’unica, sostanziale differenza è che la Medicina Protetta del Pertini non è integrata nell’ospedale civile ma ne rappresenta un corpo separato, quasi estraneo.
È un ospedale - carcere, circondato da alte inferriate e cancelli blindati, inaccessibile, scollegato dagli altri padiglioni: il tunnel che avrebbe dovuto metterlo in comunicazione con l’ospedale civile non è mai stato completato. La conseguenza più immediata è l’impossibilità di ricoverare i malati più gravi - quelli infettivi in fase acuta o con complicazioni, a rischio di vita o psichiatrici. In caso di emergenza, infatti, è necessario chiedere l’intervento di una delle due ambulanze in dotazione non esclusiva - un servizio privato che costa 70 euro a trasporto.
I tempi di attesa, arrotondati dal primario in un “superiori ai dieci minuti”, in realtà sono mediamente di mezzora (“ma di recente per un trasporto urgente abbiamo aspettato tre quarti d’ora”). Se si aggiungono i tempi di trasporto verso il Fatebenefratelli, a 11 km di distanza, o al Policlinico, 5 km più in là, diventa evidente il perché un malato in condizioni gravissime qui non può essere ricoverato.
Fatta questa premessa, appare evidente che, se Stefano Cucchi fu portato qui, dopo una tappa al pronto soccorso del Fatebenefratelli, non fu considerato in pericolo di vita. “Se fosse stato un codice rosso non avremmo potuto accettarlo”, dice il dottor Fierro.
La dottoressa Corbi non era di turno al momento del ricovero, però ha avuto a che fare con Stefano nei giorni seguenti, ed è stata lei ad annunciare alla famiglia il decesso (“quando ho visto che stava per comunicarglielo un agente mi è sembrato doveroso che fosse un medico a farlo, di persona”): “Non era collaborativo, certo.
Mangiava poco ed era sicuramente molto magro. Mi aveva detto di essere celiaco e che non poteva mangiare patate e riso. Gli avevo portato la lista degli alimenti consentiti per mostrargli che invece poteva, e alla fine mi aveva detto: allora un po’ di riso in bianco lo mangio. La sera prima del decesso aveva incontrato anche una volontaria di un’associazione che lavora con i detenuti. No, non ci aspettavamo proprio che morisse”.
E la frattura della terza vertebra sacrale? I lividi sul volto e sul corpo? I periti del tribunale hanno stabilito che possono essere compatibili con una caduta dalle scale, come da versione di polizia, o con un pestaggio, cosa di cui sono certi familiari e amici. I medici che lo hanno avuto in cura non esprimono giudizi, ma lasciano intendere come non sia un caso raro che persone fermate “in flagranza di reato” arrivino malconce nel reparto di Medicina Protetta, magari perché neutralizzate in maniera “energica” o portate via con la forza dopo una colluttazione con gli agenti. Questo particolare potrebbe essere alla base del mancato stupore dei sanitari per come arrivò conciato Stefano Cucchi.
“Non sono Mengele”
Mi rendo conto che i medici e gli infermieri del reparto Medicina Protetta del Pertini si portano dentro un peso che è come un macigno. Non tanto per la condanna, quella negligenza e quegli errori che hanno fatto propendere i giudici di primo grado per l’omicidio colposo, quanto per l’onta del sospetto di esser stati conniventi con un meccanismo repressivo che ha annientato il povero Cucchi, per la semplificazione mediatica e un po’ populista che ha costruito attorno a loro la figura del “mostro”.
Non da ultimo, per la sensazione di esser diventati dei capri espiatori: unici colpevoli in un processo che non è riuscito a venire a capo di nulla. Com’è morto Stefano Cucchi? È stato picchiato dopo il fermo? E, se sì, da chi, dove e quando? Cos’è accaduto in quella settimana di passione in cui il giovane di Torpignattara ha girovagato per caserme, carceri, pronto soccorso e ospedali? Ci sono state reticenze e omissioni oltre che negligenze, qualcuno non ha fatto il suo dovere fino in fondo?
Ilaria Cucchi, sorella del giovane deceduto, ha detto a caldo dopo la sentenza, senza attendere le motivazioni: “È stato un processo a Stefano, alla sua magrezza e alle sue scelte”. Poi, rivolta ai dottori: “Ne risponderanno alla propria coscienza. L’Anaao Assomed, associazione di rappresentanza dei medici, non ha avuto dubbi nel prendere le difese dei condannati: “Sono un capro espiatorio, le loro condanne sono un alibi per lo Stato”.
A loro dire, la vicenda di Cucchi ha distrutto il reparto. Ne ha minato la serenità lavorativa, smembrato il gruppo di lavoro. “Da quando abbiamo aperto, nel 2005, qui sono state curate 2.700 persone e, né prima né dopo quel tragico episodio, ci sono state morti sospette o casi di malasanità “, racconta il primario. La gran parte dei ricoveri avviene per problemi cardiologici o ortopedici. Molti pazienti, pur se in giovane età, sono segnati dalla vita che conducono, e il loro stato generale di salute ovviamente ne risente.
Il dottor Aloisio mostra pochi dubbi: “Il 40 per cento delle persone che vengono ricoverate qui sono in attesa di giudizio, di regola si tratta di tossici, ladri di polli e immigrati clandestini. Basterebbe abolire tre leggi per deflazionare le carceri e pure questo reparto”. Tre leggi: la Bossi-Fini per quanto riguarda l’immigrazione clandestina, la Fini-Giovanardi sulle droghe e la ex Cirielli sulla recidiva.
Al giornalista non è consentita la possibilità di parlare con nessun detenuto, né al fotografo di immortalarli, anche per ovvie ragioni di privacy. Affisse alle pareti ci sono alcune lettere: fogli di quaderno vergati a penna da pazienti che esprimono riconoscenza e gratitudine nei confronti di medici e infermieri. Altre sono conservate in un cassetto.
“Sono stato ricoverato nel luglio del 2009, quindi in tempi non sospetti, prima della morte del povero Cucchi. Entrando la prima cosa che mi ha colpito è stata la pulizia e l’igiene sia della sezione sia della stanza - cella dove venni ubicato, pensavo che mi avrebbero visitato l’indomani ma dopo poco si presentarono medici e paramedici, con cortesia si sono qualificati lasciandomi di stucco per la gentilezza con cui mi trattavano”, scrive un ergastolano.
Tutto il personale civile ci tiene a ribadire la loro distinzione dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: “Noi siamo medici, non chiediamo a nessuno di quelli che vengono ricoverati il fascicolo penitenziario, per noi sono persone da curare e basta. In passato abbiamo avuto delle liti terrificanti con la polizia penitenziaria, proprio perché consideravano il paziente come un detenuto”.
Rifiutano in toto il “teorema” secondo il quale loro avrebbero potuto essere l’ultimo anello di una catena repressiva che ha portato alla morte di Cucchi. Il problema è a monte e non dipende da loro. La struttura è stata costruita con una filosofia “punitiva”: ci sono le sbarre e i bracci come in un qualsiasi carcere, dunque regnano le logiche focaultiane del “sorvegliare e punire”.
“È assurdo che i malati vengano ricoverati in isolamento “, dicono i medici, che sostengono di aver perso “la battaglia per avere le porte sempre aperte e consentire ai malati detenuti di potere uscire almeno nel corridoio”. Per questo spesso i detenuti firmano per farsi dimettere dall’ospedale e tornare in carcere. Preferiscono la calca da suk nelle ore di punta alla solitudine alienante di una asettica cameretta blindata.
“Perché avremmo dovuto accanirci proprio con il povero Stefano Cucchi? Per ogni medico la morte di un malato è una sconfitta”, dice Aloisio, che in realtà a quel tempo non era lì e con il caso Cucchi non ha nulla a che vedere. Il primario era il dottor Aldo Fierro. Anche lui è fra i condannati e, come gli altri, non entra nel merito della sentenza e neppure la contesta: per quello ci saranno gli altri gradi di giudizio.
Chiede solo che gli venga restituito l’onore perduto: “Quello che ci offende è il fattore umano: non vogliamo essere considerati dei delinquenti che si sono accordati per uccidere qualcuno. Nessuno di noi è Mengele”, dice infervorandosi.
Poi prosegue: “Questa struttura è stata totalmente destabilizzata, ma ciò pare non interessi a nessuno. Solo il carcere di Rebibbia è il più grande d’Europa. Se dovesse essere chiusa, i detenuti romani dove andrebbero a finire?” Un’ulteriore domanda meriterebbe una risposta: si riuscirebbero a evitare altre morti come quella di Stefano Cucchi?
Aperto nel 2005, può ospitare 22 malati
Realizzata su un progetto di fattibilità che risale al 1996, grazie ai finanziamenti della Regione Lazio, la struttura di Medicina protetta è in funzione dal 26 luglio 2005 e oggi può ospitare fino a 22 malati. Dipende direttamente dall’Asl RM B.
Ogni detenuto occupa una camera singola, protetta, con servizi igienici annessi. Per gli interventi chirurgici, inoltre, è presente una camera operatoria al piano terra mentre nel reparto è compresa tutta la diagnostica pre-operatoria, la preparazione all’intervento e il successivo decorso post operatorio. Il reparto protetto del Pertini oggi è una Unità operativa all’avanguardia nella gestione del paziente proveniente da realtà carcerarie ed è stato concepito per accogliere, in qualsiasi istante, pazienti di diverso sesso, di qualsiasi regime restrittivo (compreso il 41 bis e i collaboratori) e di tutte le patologie stabilite dal Protocollo d’intesa siglato dalle due Amministrazioni. Vi vengono ricoverati detenuti provenienti dagli istituti penitenziari di tutta la Regione.
26 suicidi tra le sbarre dall’inizio dell’anno
Dall’inizio dell’anno sono 83 le persone morte in carcere: 26 per suicidio, 13 per cause “da accertare”, casi nei quali è stata aperta un’inchiesta, e altre 44 per malattia. Sono i dati registrati dall’Osservatorio permanente sulle morti in carcere di Ristretti Orizzonti.
Gli ultimi due suicidi a Napoli: A.E., 29 anni, si è impiccato utilizzando un cappio ricavato dai propri pantaloni. Era detenuto nel Reparto di osservazione psichiatrica del Complesso penitenziario di Napoli Secondigliano.
Nel padiglione Livorno del carcere di Poggioreale si è invece ucciso, impiccandosi con una striscia di lenzuolo, un 38enne di origini casertane. Francesco Smeragliuolo, invece, arrestato il primo maggio per rapina, è morto sabato 8 giugno nel carcere di Monza per arresto cardiocircolatorio. Aveva 22 anni.
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Fonte originale:
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20130712/manip2pg/06/manip2pz/343045/

martedì 2 luglio 2013

Stefania Corbi - alcune risposte

In risposta alle lettere pubblicate il 20 giugno relative alla mia, tengo a fare delle precisazioni. Come già scritto dalla redazione, lo scopo della mia lettera non era difendermi dalle accuse, bensì denunciare, tra le altre cose, il perdurare di una gogna mediatica durata anni, nonostante nessuna delle gravi accuse che ci hanno fatto finire davanti alla Corte d’Assise (dove si celebrano i processi per i delitti più efferati, come le stragi o i reati di mafia), sia stata confermata dalla sentenza di primo grado.

Ma voglio rispondere alle contestazioni che mi sono state poste dal sig. Antonio Berti, che fonda i propri giudizi su alcune di quelle falsità di cui accennavo nella mia lettera (il corpo martoriato in virtù dei presunti lividi sulla schiena, che tuttavia lividi non sono, le sevizie testimoniate delle presunte bruciature di sigaretta che tuttavia bruciature non sono, l’assurda affermazione, non confermata dalle successive perizie, che Stefano Cucchi  si potesse salvare con un bicchiere di acqua e zucchero), tutte smentite nel corso del processo ma mai rettificate da nessuno dei mezzi di informazione, che anzi continuano a farle passare per verità assolute. Ovvio che l’opinione pubblica su queste abbia fondato i propri giudizi e la condanna morale che ne consegue.

Spazzare via tre anni di informazione a senso unico è impresa impossibile in queste poche righe.  Per questo invito i lettori a prendere visione di una lettera aperta, scritta nel febbraio 2011 dalla mia collega Flaminia Bruno, dove vengono analizzate punto per punto alcune delle questioni sollevate e molte altre ancora. Quella lettera non fu mai pubblicata, non a caso, poiché alla voce degli imputati non è stata data finora alcuna visibilità, al contrario di quella di altre parti processuali. La lettera è possibile reperirla su un blog [si referisce al primo post di questo blog ], dove possono essere letti anche alcuni documenti che aiutano a fare chiarezza, oppure su http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.com.

Aggiungo alcune cose, sempre in risposta a quanto contestatomi. Le condizioni di Stefano Cucchi non erano affatto quelle di una persona in fin di vita, era molto magro ed era stato ricoverato per una frattura vertebrale; per tutta la durata della degenza è stato vigile, lucido ed orientato. Il decesso si è verificato in modo assolutamente improvviso ed inaspettato, poiché nulla faceva prevedere un tale epilogo. All’arrivo in reparto Stefano firmò il diniego ad effettuare colloqui con i propri familiari e anche il divieto per noi medici di rilasciare loro informazioni sul suo stato di salute. Alla volontaria che ebbe modo di incontrarlo il pomeriggio prima del decesso, chiese di contattare esclusivamente il cognato e nessun altro della famiglia, poiché, asserì, era l’unico ad essergli stato vicino in momenti difficili.  In queste condizioni chiedersi come mai Stefano non fosse assistito dai familiari era quanto meno superfluo. Anche di tutto questo, emerso nel corso delle udienze, nessuno dei mezzi di informazione ha mai dato conto.

In questo senso ho parlato di gogna mediatica, poiché non riesco a definirla in altro modo.
Spero che dopo aver letto quanto argomentato dalla mia collega, i lettori di questo giornale oltre a sentirsi offesi da quanto da me scritto, si sentano indignati per essere stati ingannati in tutti questi anni.

domenica 16 giugno 2013

LETTERA APERTA della dottoressa Stefania Corbi del Pertini, Medicina Protetta

Ho a lungo riflettuto sull’opportunità di scrivere questa lettera, che potrebbe essere fraintesa ed alimentare il clima di odio mediatico da cui mi sento circondata. Ma non riesco più a tacere. Per quasi 4 anni ho rifiutato di espormi, convinta che i processi vadano fatti nei luoghi deputati, ovvero nelle aule di Giustizia. Ma ora, dopo la sentenza di primo grado, sento la necessità di dire alcune cose.

Ho appreso solo dai mezzi di informazione, poiché non ero presente,  che il giorno della sentenza per la morte di Stefano Cucchi, nell’aula della Corte d’Assise, alla lettura della sentenza che ha assolto gli infermieri e gli agenti di polizia penitenziaria e condannato noi medici del reparto di Medicina Protetta dell’Ospedale S. Pertini per omicidio colposo, sono stati fatti gesti inaccettabili da parte dei sostenitori degli assolti, la qual cosa mi riempie di sdegno. Pur comprendendone le motivazioni, probabilmente dettate dall’essere arrivati alla fine di una gogna mediatica durata più di tre anni e in risposta alle altrettanto inaccettabili urla dei sostenitori della controparte che gridavano “assassini, assassini”, credo che nessuna motivazione possa in alcun modo giustificare tale comportamento, dal quale prendo le distanze totalmente. E anche se le mie parole rischiano di essere travisate, voglio esprimere la mia solidarietà ai genitori di Stefano Cucchi, che comprensibilmente ne sono stati sconvolti.

Ma detto questo, penso che il medesimo rispetto doverosamente riservato a chi non c’è più e a coloro che lo piangono, spetti a chiunque. Anche a noi medici, ritenuti responsabili di colpa medica - e non di abbandono di incapace, l’accusa più infamante per chi svolge questa professione.

A chiunque abbia seguito veramente il processo, in aula o attraverso l’ottimo servizio di Radio Radicale -che ha pubblicato sul proprio sito l’audio di tutte le udienze, per consentire a chiunque di farsi una propria idea, senza filtri-, a chi non si è limitato alle informazioni di parte divulgate in questi anni dai comuni mezzi di informazione, è assolutamente chiaro che nessuno ha abbandonato Stefano Cucchi e nessuno lo ha fatto morire per coprire chissà quali nefandezze. Per noi medici, la sentenza di primo grado non è stata, come qualcuno vuol far credere, una sorta di “grazia” uscita fuori dal nulla, è stata invece il risultato di lunghi anni di dibattimento e testimonianze che hanno smentito, udienza dopo udienza, quelle accuse orribili.  La sentenza ha finalmente affermato che non siamo dei mostri, dei criminali, ma ci ha ritenuto comunque responsabili di quella morte; le motivazioni, quando verranno pubblicate, ci spiegheranno quali siano le colpe addebitate a ciascuno di noi, da cui potremo difenderci nei successivi gradi di giudizio.

Ma continuare ad accusarci pubblicamente di indegnità, affermando che Stefano sia stato “rinchiuso in un ospedale lager” e “abbandonato e lasciato morire dai medici, che invece di salvargli la vita si sono voltati dall’altra parte e che non sono degni di portare il camice bianco”, non è accettabile, nonostante anche in questo caso io ne comprenda le motivazioni alla base.

Mi rendo conto che è difficile accettare che lunghi anni di processo non abbiano saputo dare una risposta circa la causa di morte (le varie perizie ne hanno individuate almeno 5, tutte diverse ed in contrapposizione fra loro), né tantomeno fare luce sulle responsabilità delle “eventuali” percosse, indipendentemente dal fatto se siano state oppure no la causa della morte. Perché di fatto il processo non è riuscito a rispondere a questa domanda, ovvero se le percosse ci siano state e soprattutto da parte di chi. E invece, a questa domanda tutti ci aspettavamo una risposta.

Per mia formazione umana e professionale rigetto ogni forma di violenza, perpetrata ai danni di qualsiasi essere vivente. E solo l’idea che qualcuno abbia potuto infierire su un giovane nelle condizioni fisiche in cui si trovava Stefano Cucchi, mi fa orrore.
Ho scelto la mia professione con convinzione, e allo stesso modo ho scelto di lavorare in un reparto per detenuti, certa che mi avrebbe arricchito dal punto di vista umano e professionale. E non mi sbagliavo. Nonostante tutto, nonostante quel reparto venga ancora rappresentato, a puro scopo strumentale, come un luogo di orrore, le mie motivazioni sono ancora presenti. Mi faccio forza pensando alle innumerevoli manifestazioni di stima di chi mi conosce personalmente, ma soprattutto a quelle, tutte documentate, di cui ci hanno sempre fatto dono i pazienti ricoverati, che sanno bene come lavoriamo e chi siamo a livello umano.

Aspetto con ansia le motivazioni della sentenza per conoscere quale comportamento colpevole mi venga addebitato; pur essendomi interrogata a lungo su questo, perché la morte di un paziente è sempre vissuta come una sconfitta da qualsiasi medico, non riesco a comprendere quale mia negligenza abbia potuto determinare la morte di Stefano Cucchi.

Ci si accusa ancora di aver abbandonato Cucchi perché era un detenuto, un tossicodipendente, uno spacciatore. Personalmente non chiedo mai il motivo per cui un mio paziente è detenuto, anche se a volte sono i pazienti stessi a parlarmene, perché non spetta a me giudicare la loro vita, per quello ci sono i Giudici e i processi. Io e i miei colleghi non siamo carcerieri e non vogliamo essere trattati come tali. Siamo medici, dipendenti della ASL RM/B, che lavorano in un reparto nel quale vengono ricoverate persone detenute; medici che non fanno parte né del sistema carcere né dell’amministrazione penitenziaria, ma cercano solo di svolgere la propria professione in un reparto ospedaliero per molti versi “difficile”. E non ritengo giusto che tutte le disfunzioni del sistema carcerario e dei suoi regolamenti (mancato contatto con l’avvocato, mancato permesso ai genitori di vedere Stefano o parlare con noi medici, ecc..) debbano essere addebitate a chi, con quel sistema non ha nulla a che vedere.

L’aver accomunato nel medesimo processo, sia coloro che erano accusati di un pestaggio ai danni di una persona privata della libertà personale, sia i medici accusati di averli coperti e avere abbandonato quella persona, ha fatto sì che quei medici, nell’immaginario collettivo, siano diventati essi stessi degli aguzzini, sui quali sono state traslate, per assurda proprietà transitiva, tutte le accuse fatte ai primi. Ma questo non è accettabile.

Spero che quanto prima, alle persone che prestano servizio presso il reparto di Medicina Protetta del Pertini venga restituita la dignità di quello che fanno ogni giorno. Vorrei che esistesse qualcuno davvero interessato a capire la verità delle cose (giornalisti, politici), che venisse a verificare personalmente chi siamo e come lavoriamo; finora tutti sono stati pronti a dare giudizi e condanne morali, senza verificare in alcun modo.

Non chiedo assoluzioni, della condanna di cui devo rispondere avrò modo di discolparmi in sede di appello. Spero soltanto che si smetta di spacciare per verità le innumerevoli falsità date per assodate in modo strumentale, nonostante siano state totalmente smentite nel corso del processo.
Ringrazio fin d’ora chi avrà la bontà di pubblicare questo sfogo.

Roma, 11/06/2013                                 Stefania Corbi

lunedì 18 aprile 2011

Intendere e volere

Il punto centrale su cui si basa l'orrenda accusa che ci viene rivolta e' l'affermazione secondo cui Stefano Cucchi sarebbe stato incapace di intendere e di volere.

Ragioniamo. Si afferma che egli non fosse nel pieno delle proprie capacita' mentali. Questa affermazione e' estremamente grave ovvero pesante nel senso che presuppone che una persona giudicata tale venga considerata alla stregua di un malato mentale grave ovvero in stato confusionale tale per cui la sua volonta' deve essere ignorata.

Stabilito cio' e fatta richiesta al magistato in quanto si tratta di limitazione della liberta' personale e quindi deve essere approvata e ratificata mediante un procedimento giuridico il soggetto puo' essere sottoposto a trattamenti sanitari obbligatori del tipo appunto nella maggioranza dei casi internamento in reparto psichiatrico, mediante sedazione abbastanza profonda da impedire l'opposizione ai trattamenti ritenuti opportuni. Quindi vediamo un po' ci vuole un medico che stabilisca che il soggetto e' in condizioni di tale alterazione delle proprie facolta' mentali da dover essere sottoposto ad abolizione della propria liberta' di scelta.

In secondo luogo ci vuole un magistrato che lo disponga per legge. Bene presso il tribunale il giovane e' stato visitato da un medico che avendo li' a disposizione il magistrato non ha minimamente messo in dubbio lo stato di capacita' del soggetto. In questo caso dunque sia il medico che lo ha visitato che il magistrato hanno mancato del loro dovere?

I medici del Fatebenefratelli lo visitano due volte. La prima volta lo visita addirittura il neurologo per via del dolore alla schiena e alla deambulazione. Il neurologo che di capacita' mentali si suppone ci capisca più di un PM stabilisce che il paziente e' LUCIDO VIGILE NORMORIENTATO che in altri termini vuol dire persona in grado di intendere e di volere. Il medico del PS del FBF dimette il paziente contro il parere medico ovvero il Cucchi rifiuta il ricovero ed il medico accoglie questa sua decisione senza colpo ferire. Lo fa firmare sulla cartella per dimostrare che la sua volonta' fosse testimoniata per iscritto e non sorgessero probelmi. Capite? Il medico del FBF non mette minimamente in dubbio che la volonta' del giovane possa essere non valida a causa di uno stato di incapacita' mentale. Il giorno dopo il giovane viene ricondotto al PS e li' accetta VOLONTARIAMENTE di essere ricoverato.


Ora mi chiedo come puo' accadere che messo piede al Pertini il giovane diventi incapace di intendere e di volere? E poi chi lo ha stabilito?

Io non sono una persona che esperta di giurispridenza ma in questo caso esistono delle ovvie contraddizioni per non dire falsita' che non capisco come possano essere state concepite dai PM ed accolte dal GUP. Per favore qualcuno mi spieghi.


Fatebenefratelli pag1
Fatebenefratelli pag2

Fatebenefratelli pag3

Fatebenefratelli secondo ricovero

martedì 12 aprile 2011

Commento di Stefania Corbi

grazie Flaminia per la tua iniziativa e anche per l'ultimo chiarimento del 26 marzo. Troppe cose inesatte vengono ancora spacciate come verità e purtroppo, come hai scritto tu, noi operatori sanitari della ASL RMB di fatto non possiamo rilasciare interviste, se non previa autorizzazione formale dell'Azienda. Questo è il motivo principale del fatto che, come molti ci rimproverano, la nostra voce (quella degli accusati)non si è mai fatta sentire pubblicamente.

Sono stata alla prima udienza del processo, e vi assicuro che non è stato facile. Ho preso piena coscienza di essere uno dei "mostri" accusati di una cosa ignobile per qualsiasi operatore sanitario, cioè di aver abbandonato una persona, fino a provocarne la morte. Le accuse che mi vengono rivolte le sento totalmente estranee.

Ho scelto di fare il medico con convinzione e non certo per ammazzare le persone. Ho anche scelto di andare a lavorare in un reparto per detenuti con consapevolezza, certa che mi avrebbe arricchito umanamente, ed è stato così. La soddisfazione più grande, per quanto mi riguarda, è il fatto che tutti i detenuti che si ricoverano nel reparto ci esprimono la loro solidarietà e vicinanza. Se ritenessero che siamo dei mostri, pensate che continuerebbero a farsi curare da noi? I detenuti non perdono la capacità di autodeterminarsi e possono scegliere, se non si fidano, di autodimettersi, ma questo non avviene. E poi, in quasi sei anni di vita del reparto, se fosse vero che siamo i mostri che dicono, quanti casi Cucchi si sarebbero verificati?

La media di decessi del nostro reparto è estremamente bassa, ben al di sotto della media dei reparti di Medicina, e i pochi decessi (in sei anni non arriviamo ad una decina), sono stati tutti, a parte quello di Stefano, per patologie in stadio avanzato. Il mio è solo lo sfogo di una pesona che vorrebbe che la verità venisse a galla. Faccio notare che al momento, ancora non si sa quale sia stata la causa di morte di Stefano, visto che le varie perizie arrivano a conclusioni opposte.

Aggiungo che la morte di un paziente è sempre una sconfitta, per qualsiasi medico. Personalmente, mi sono a lungo chiesta se avrei potuto fare qualcosa per evitarla. Tutto quanto ho fatto è scritto in cartella clinica. Ho passato tutto il pomeriggio del 21 ottobre a cercare di convincere Stefano a farsi curare, e come ha già scritto Flaminia, appena ho appreso che il motivo del rifiuto era il fatto di voler parlare con il proprio avvocato, ho scritto al Magistrato competente per informarlo. In tutta onestà credo di avere fatto tutto quanto possibile per convincere Stefano a farsi curare, ma ha continuato a rifiutare. Come ha già detto Flaminia, ho fatto leggere a Stefano la lista degli alimenti che poteva mangiare (riferiva di essere Celiaco). Dov'è l'abbandono??

Ho sempre fatto il mio lavoro con coscienza, e se riesco ad affrontare tutto questo con discreta serenità, è proprio perché la mia coscienza è tranquilla. Vorrei solo non dover subire, oltre a quello in tribunale (nel quale spero di riuscire a difendere il mio operato), anche un processo mediatico, ben più duro da sopportare, perché per l'opinione pubblica la sentenza è già scritta.
Scusate lo sfogo.

Stefania Corbi 

giovedì 24 marzo 2011

ASL di Roma


 
La ASL RM B ha inviato ai medici ed infermieri indagati 
una circolare in cui viene loro proibito di rilasciare 
interviste pena il ricorso a provvedimenti disciplinari 
tra cui il licenziamento.